Viaggio in collaborazione con Visit Britain

Pensavo di sapere cosa aspettarmi da un viaggio in Galles.

Una volta letto il programma ed accettato di partire contenevo a stento l’eccitazione all’idea di ciò che mi aspettava.
La mia mente si tuffava tra le onde salate per poi uscire nel vento e risalire lungo le scogliere a picco sul mare. Già correva lungo prati verdi ed ascoltava il silenzio.

Pensavo di sapere cosa aspettarmi, ma in quei giorni tra Cardiff e Aberystwyth ho capito che avevo sottovalutato tutto.

Mi è bastato lasciare il bagaglio e sedermi di fianco al finestrino lungo il tragitto dall’aeroporto per iniziare a sorridere senza farci caso.
Passavamo a lato di case in pietra e piccoli paesi, e questa volta non mi interessava che le persone sedute di fronte potessero pensare che ero una turista. Perché io in quel momento non mi sentivo turista, mi sentivo semplicemente felice e volevo tenere quell’attimo solo per me. Come fosse un regalo di benvenuto da parte del Regno Unito, un segreto tra noi.

Da quel momento sapevo sarebbe iniziato tutto. Sarebbero stati sette giorni pieni di esperienze nuove e di persone, di nuovi discorsi, nuove sensazioni. Ma quel momento era solo nostro.

Ci sarà tempo per i dettagli tra le guide di viaggio, in questo piccolo spazio vorrei solo inondarvi di sensazioni. Le mie.
Chiudete gli occhi e premete play.


Playlist da viaggio: Galles

Mary Hopkin – Those were the days
Mil Harddach – Cerys Matthews
Madonna – Frozen
Harry Styles – Sign of the times
Enya – Only time


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Un lungo respiro, il cuore in gola per l’altezza della roccia su cui sono in bilico pronta al salto. O forse non sono poi così pronta.
L’ansia cresce e mi invita a smetterla. Non fa per te, scendi da lì.
Ma il pensiero che questo momento non tornerà mai più indietro è più potente e mi spinge giù.
Prima il vuoto. L’aria mia avvolge, sento le gambe salire per l’attrito e infine l’acqua gelata. Gelida e salata come solo l’acqua che batte incessantemente sulle coste del Galles può essere.

In un attimo il coasteering non era più qualcosa di mai pronunciato prima, era diventato una di quelle prime volte che non si scordano più.

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È mattina presto. Difficile svegliarsi visti i ritmi di questi giorni.
La nostra accomodation a St David’s sembra un piccolo castello circondato dal verde. So che oltre il giardino sul retro c’è qualcosa, ma ancora non ho avuto modo di rendermi conto di cosa si tratti.
È presto per la colazione, i miei compagni ancora non sono scesi.
Esco dalla porta vetrata al pian terreno facendo attenzione a non fare troppo rumore. Chissà perché poi, nessuno mi avrebbe sentita comunque.
Scendo svelta gli scalini in pietra di fianco ai vasi di rose, oltrepasso la piscina coperta e cammino.
Intorno a me solo il tiepido sole, che cerca di scaldarsi sbucando da dietro alcuni alberi, ed il silenzio.
Più cammino più questo silenzio interrotto da cinguettii si trasforma in qualcos’altro.
Si trasforma in onde, si trasforma nel vento che le guida e nella schiuma che le decora.

Ecco. La vista si apre. L’orizzonte da verde diventa blu. La foschia copre tutto con il suo velo impalpabile, quasi a non voler far capire se si tratta di un sogno.
Ma io lo so che quella è la costa, che lì avanti ci sono le mie amate scogliere e che nonostante sia ancora assonnata ciò che vedo è tutto vero.

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Le case colorate in fila, ben disposte le une a fianco alle altre. Sembrano essere state messe lì solo per il piacere degli occhi di chi passa sul lato opposto della spiaggia.
Tenby, villaggio di pescatori, è vivace come la tavolozza di un pittore. E le persone che percorrono le sue strade sembrano essere in grado cogliere questa vivacità e farla loro.
Tutto è gioioso, mi fa pensare ad una cartolina d’altri tempi in arrivo da una località balneare.
Cammino tra toni pastello e bambini con grossi gelati, e subito mi immedesimo in questa giornata di vacanza. Solo mi chiedo che fine abbia fatto il mio aquilone.

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Sono di rientro alla Farm House. La cena è terminata, le risate ed i lunghi discorsi in inglese continuano a riecheggiarmi nelle orecchie. Sono talmente tanti giorni che non parlo più nella mia lingua che non capisco se sto pensando in italiano oppure in Welsh.
Decido di prendere un’altra strada per tornare, una strada che passa tra gli alberi e sbuca nel giardino sul retro. Se si può chiamare così un enorme spazio verdeggiante affacciato su una sterminata campagna circostante.
Oltrepasso la quercia dai cui rami pende un’altalena di legno. Sono sicura Anne di Green Gables sia stata qui prima di me. Ed eccomi davanti alla mia opera d’arte preferita, trasformata in realtà.

Le gialle luci della Farm House splendono, il cielo dietro lei ancora non è completamente buio. Anzi è acceso da una luce azzurra. Le stelle brillano più in alto e fanno compagnia alla luna mentre l’ombra di un grande albero, quello con la chioma che intravedo dalla mia camera, si staglia a lato della casa.
“L’impero delle luci” di Magritte è lì di fronte a me, in tre dimensioni, nel bel mezzo della campagna gallese.
Posso quasi toccare il quadro che tanto amo. Anzi, questa notte posso addirittura dormirci dentro.


Ci sarebbe ancora molto da dire, difficile condensare sette giorni e all’incirca 210 miglia su strade gallesi. Ma non vorrei approfittare del vostro tempo.
Vi aspetto nelle guide di viaggio per tutti i dettagli.

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